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N. 1383/2007

Reg. Dec.

N. 7327

Reg. Ric.

Anno 2006 

R  E  P  U  B  B  L  I  C  A     I  T  A  L  I  A  N  A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

      Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente

DECISIONE

sul ricorso in appello n. 7327/2006 proposto dal comune di Tufino, rappresentato e difeso dall’avvocato Antonio Palma ed elettivamente domiciliato in Roma Via del Foro Traiano 1/a presso lo studio del difensore;

contro

Tanagro Pasquale, rappresentato e difeso dagli avvocati Andrea Abbamonte e Massimo Falco con domicilio eletto in Roma Via degli Avignonesi n. 5 presso lo studio del primo;

per l'annullamento

   della sentenza del T.A.R. Campania – I Sez. di Napoli 28.6.2006 n. 7189;

   Visto il ricorso con i relativi allegati;

   Vista la memoria di costituzione dell’appellato;

   Viste le memorie prodotte dalle Parti;

   Visti gli atti tutti della causa;

   Relatore alla pubblica Udienza del 19 dicembre 2006 il Consigliere A. Anastasi; uditi gli avvocati Palma e Abbamonte;

   Considerato quanto segue in

   FATTO

   Con delibera consiliare n. 66 del 1992 il comune di Tufino ha adottato il Piano degli insediamenti produttivi, gravante su area all’interno della quale il sig. Tanagro è proprietario di un modesto compendio.

    Il Piano è stato ritualmente pubblicato ma non è stato oggetto di alcuna osservazione.

    Con nota n. 866 del 1995 il Sindaco ha quindi trasmesso la delibera alla Regione, la quale non ha mai reso alcuna osservazione al riguardo.

      Con decreto n. 5934 del 2005 il Sindaco ha infine dichiarato l’approvazione del Pinao, disponendone la pubblicazione sul B.U.R. della Campania.

    Il decreto sindacale e gli atti ad esso presupposti sono stati  impugnati avanti al T.A.R. Campania dal sig. Tanagro, proprietario di terreni compresi nel perimetro del Piano,  il quale ne ha chiesto l’annullamento con risarcimento dei danni  patiti.

    Con la sentenza in epigrafe indicata il Tribunale ha accolto il gravame nella parte impugnatoria annullando il Piano mentre ha respinto la richiesta risarcitoria.

    La sentenza è stata impugnata con il ricorso all’esame dal comune che ne ha chiesto l’integrale riforma previa sospensione dell’efficacia deducendo due motivi d’appello.

    Si è costituito l’appellato, insistendo per il rigetto del gravame e riproponendo i motivi assorbiti in prime cure.

   Entrambe le Parti hanno presentato memorie.

    Con ord.za cautelare n. 4768/2006 la Sezione ha sospeso l’esecutività della sentenza per la parte non riguardante direttamente la proprietà dell’appellato.

    All’Udienza del 19 dicembre 2006 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

   DIRITTO

   L’appello non è fondato e va pertanto respinto.

    Con la prima parte del centrale motivo d’appello il comune di Tufino deduce che nella fattispecie formativa del P.I.P. in controversia (di fatto insistente su area destinata ad insediamenti industriali dal vigente P.R.G. comunale) non era necessaria una seconda approvazione consiliare.

    Infatti, a seguito della pubblicazione del Piano dopo la prima delibera di adozione n. 66 del 1992, non sono pervenute osservazioni di sorta: di talchè un secondo passaggio in Consiglio avrebbe costituito un inutile aggravamento procedimentale, non imposto dalla normativa di riferimento.

   La tesi dell’appellante non può essere condivisa.

   Come è noto nell’originario disegno della legge n. 865 del 1971 i P.I.P. dovevano essere autorizzati dalla Regione e divenivano efficaci solo dopo l’approvazione da parte della stessa Regione della delibera di adozione del Consiglio comunale.

   Questo schema è stato incisivamente semplificato dall’articolo 24 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 che ha eliminato la necessità di approvazione regionale degli strumenti urbanistici esecutivi di strumenti urbanistici generali, non implicanti variante agli strumenti urbanistici generali.

   Nella regione Campania questo schema era stato comunque anticipato dalla legge regionale n. 14 del 1982 la quale ha previsto che gli strumenti urbanistici attuativi di strumenti generali – cioè quelli non implicanti variante, come è incontroverso nel caso in esame - diventano esecutivi con la semplice approvazione del Consiglio comunale, cioè con la delibera con cui il comune, avendo già adottato il piano e avendolo depositato al fine di acquisire le osservazioni ed opposizioni degli interessati, decide in via definitiva su queste ultime.

   L’art. 1 comma 1 del Capo I – Tit. III della predetta legge regionale – applicabile ratione temporis al caso in controversia - prevede infatti che i piani  sono approvati con la deliberazione del Consiglio comunale con la quale vengono decise le opposizioni ed osservazioni in materia di pubblicazione e di esame delle osservazioni presentate.

    In linea generale, il procedimento di approvazione dei Piani esecutivi non comportanti variante si snoda quindi attraverso l’adozione dello strumento da parte del Consiglio comunale, la pubblicazione dello stesso con raccolta delle osservazioni e opposizioni, l’approvazione definitiva e la trasmissione della delibera di approvazione (divenuta esecutiva) alla Giunta regionale o alla delegata Giunta provinciale.

    Tanto premesso, a giudizio del Collegio la normativa ora richiamata si interpreta nel senso che, qualora non siano state presentate osservazioni, è comunque necessaria una espressa delibera di approvazione del Piano da parte del Consiglio comunale.

    La funzione di tale delibera è infatti duplice, dovendo la stessa da un lato attestare in modo formale che non sono pervenute osservazioni rispetto allo strumento adottato, dall’altro – e soprattutto – manifestare in termini conclusivi la volontà dell’Organo consiliare di approvare definitivamente il Piano.

     Anche qualora il Piano non sia stato oggetto di osservazioni la necessità della seconda delibera risulta cogente, ricollegandosi ad essa  effetti non ricognitivi ma costitutivi: esprimendo la volontà di approvazione definitiva del Piano, infatti, il Consiglio – che prima si limitava ad adottare e che ora invece “approva”  il piano - spende poteri diversi da quelli utilizzati in fase di mera adozione.

A quanto sin qui rilevato a livello sistematico deve aggiungersi dal punto di vista testuale che la stessa legge regionale (all’articolo 2, titolo III, capo V, dell’allegato) prevede la trasmissione alla G.P. della deliberazione di approvazione del Piano per gli insediamenti produttivi, con ciò evidentemente postulando una attività deliberativa del Consiglio successiva alla precedente fase di adozione.

Ne consegue che – non avendo mai provveduto il Comune alla approvazione del Piano – esattamente la sentenza impugnata ha annullato tutta la procedura  posta in essere dal comune nell’erroneo presupposto dell’autosufficienza della delibera di adozione.

Restano quindi assorbite tutte le questioni riguardanti appunto i vizi autonomi riscontrati dal T.A.R. negli atti successivamente adottati dal comune.

Per quanto riguarda gli effetti del giudicato – che l’appellante chiede di precisare – si ricorda che in linea generale il piano attuativo va inquadrato nella categoria degli atti plurimi, e cioè di quelli che riguardano una pluralità di soggetti individuabili in relazione alla titolarità dei vari beni vincolati e considerati uti singuli, sicchè il giudicato di annullamento produce effetti ripristinatori della pienezza del diritto di proprietà, già affievolito, solo per il ricorrente e non si estende ai proprietari rimasti estranei al giudizio dinanzi al giudice amministrativo (cfr. Cass. n. 7253 del 2004). Nè vale a inficiare tale orientamento la giurisprudenza citata in memoria dall’appellato la quale in realtà ribadisce che l'efficacia erga omnes del giudicato amministrativo opera solo con riferimento a peculiari categorie di atti amministrativi, e cioè a quelli aventi pluralità di destinatari e contenuto inscindibile e siano affetti da vizi di validità che ne inficino il contenuto in modo indivisibile per tutti i destinatari, come gli atti di natura regolamentare e quelli generali indivisibili.

In disparte tale rilievo e a prescindere da ogni approfondimento sul punto, la generica formula terminatativa recata dalla sentenza di primo grado non può comunque in questa sede processuale che essere interpretata in aderenza al principio dispositivo, dovendosi cioè ritenere che il primo giudice ha annullato gli atti impugnati non in modo integrale ma (come è ovvio)  con riferimento esclusivo ai diritti dominicali la cui lesione è stata dedotta in giudizio dal ricorrente.

   Sulla base delle esposte considerazioni e integrazioni l’appello va quindi nel suo complesso respinto.

   Le spese di questo grado del giudizio sono compensate per giusti motivi.

PQM

   Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quarta, definitivamente pronunciando, respinge l’appello in epigrafe.

   Le spese del grado sono compensate.

   Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

   Così deciso in Roma il 19 dicembre 2006 dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quarta, nella Camera di Consiglio con l'intervento dei Signori:

   Costantino SALVATORE        Presidente ff.

   Luigi MARUOTTI          Consigliere

   Pier Luigi LODI          Consigliere

   Antonino ANASTASI estensore            Consigliere

   Anna LEONI     Consigliere

     L’ESTENSORE    IL PRESIDENTE, f.f.

     Antonino Anastasi  Costantino Salvatore 

IL SEGRETARIO <

Giacomo Manzo

    Depositata in Segreteria

           Il  22/03/2007….

(Art. 55, L. 27.4.1982, n. 186)

           Il Dirigente

     Dott. Antonio Serrao

- - 

N.R.G.  7327/2006 

RL