N.

Reg. Dec.

N.6565 Reg. Ric.

Anno 1997 

R  E  P  U  B  B  L  I  C  A     I  T  A  L  I  A  N  A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

      Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente

D E C I S I O N E

sul ricorso nr.6565/1997, proposto dalla

      Provincia Autonoma di Trento, in persona del Presidente della giunta provinciale pro-tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Gioia Vaccari, ed elettivamente domiciliata in Roma, via Monte delle Gioie, n.29, presso lo studio di quest’ultimo;

CONTRO

      FORMAMBIENTE COSTRUZIONI s.r.l., in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Daria De Pretis e Salvatore Di Mattia, ed elettivamente domiciliata presso lo studio di quest’ultimo, in Roma, via Confalonieri, n.5;

per la riforma

della sentenza n.105/1997 del T.R.G.A. del Trentino Alto Adige, sede di Trento, del 12 maggio 1997.

      Visto il ricorso;

      Visto l’atto di costituzione in giudizio;

      Viste le memorie difensive;

      Visti gli atti tutti della causa;

      Relatore alla pubblica udienza del 27 marzo 2001, relatore il consigliere Fabio Cintioli,

     uditi l'Avvocato Vaccari e l'Avvocato Di Mattia;

     Ritenuto in fatto e considerato in diritto

      1. Con il ricorso di primo grado la Formambiente costruzioni s.r.l., proprietaria di un’area estesa circa 1.800 mq. ed ubicata nel Comune di Trento, località Dimaro, ha impugnato la deliberazione del Comitato tecnico forestale  del 25.1.1995, n.16, con cui è stata respinta l’istanza volta ad ottenere l’autorizzazione per la trasformazione della coltura a scopo di futura edificazione.

      2. Il fondo in oggetto è ubicato in una zona boschiva assoggettata al vincolo idrogeologico previsto dal r.d.l. 30.12.1923, n.3267, per la quale è previsto il controllo geologico e valanghivo. Sicché la trasformazione di coltura ed ogni attività di disboscamento è subordinata alla previa autorizzazione del competente Comitato tecnico forestale, cui compete la valutazione delle possibili conseguenze che l’iniziativa del proprietario può determinare sull’assetto idrogeologico del terreno.

      Una prima richiesta dell’odierna appellata, finalizzata a conseguire la detta autorizzazione, è stata rigettata con la delibera 15.9.1983, n.157, fondata sul rilievo che le particelle interessate erano state incluse tra quelle non più edificabili a causa del raggiungimento del limite di tollerabilità idrogeologica.

      A seguito dell’approvazione del nuovo piano urbanistico comprensoriale, la società ha proposto una nuova istanza, ancora una volta disattesa dal Comitato con la delibera 22.7.1992, n.194, che ha ritenuto persistenti le condizioni di fatto ostative al rilascio dell’autorizzazione.

      Siffatto diniego è stato impugnato davanti al T.R.G.A., che lo ha annullato per difetto di motivazione e di istruttoria.

      Il Comitato, pertanto, all’esito di ulteriori accertamenti, ha pronunciato un altro diniego con la delibera n.122 del 1994, richiamandosi alla circostanza che il terreno interessato ricadeva in zona classificata come soggetta a gravi penalità ed esclusa da qualsivoglia trasformazione colturale.

      Adito in sede di giudizio di ottemperanza, il Tribunale ha giudicato la delibera n.122 del 1994 elusiva del giudicato formatosi sul precedente annullamento giurisdizionale ed ha ordinato al Comitato tecnico di adottare nuove e motivate determinazioni entro il termine di 60 giorni.

      E’ così iniziata una nuova fase istruttoria, nel corso della quale il Comitato si è avvalso di due pareri resi dal Servizio geologico e dal Servizio foreste, caccia e pesca, per il tramite dell’Ispettorato distrettuale foreste di Malè, fase culminata con la pronuncia dell’ennesimo motivato diniego, rispondente alla delibera n.16 del 1995, anch’essa puntualmente impugnata davanti al T.R.G.A. e sulla quale si incentra il presente giudizio.

      3. Il giudice di prime cure ha pronunciato anzitutto sentenza interlocutoria, con la quale ha acquisito alcuni documenti ritenuti rilevanti ed ha nominato un consulente tecnico d’ufficio nella persona del presidente dell’Ordine dei geologi della provincia di Trento. Quindi, nella sentenza definitiva ha attribuito un peso decisivo al giudizio del c.t.u., secondo cui “l’area è idonea ad essere destinata a fini edificiali” anche in considerazione del fatto che “un’oculata progettazione, seguita da diligente esecuzione, potrebbe anche produrre l’effetto di migliorare la situazione idrogeologica locale”.

      Poiché il giudice di primo grado ha ritenuto di non doversi discostare da tale valutazione finale, ha annullato la delibera impugnata per irragionevolezza ed illogicità della determinazione, nonché per difetto di istruttoria e di motivazione. In particolare, sempre in aderenza alle indicazioni del consulente, il Tribunale ha chiarito che l’illegittimità del diniego di autorizzazione alla trasformazione colturale non avrebbe implicato anche una valutazione positiva circa la possibilità concreta di utilizzazione edificatoria dell’area, riconosciuta come effettivamente “gravata da pesanti penalizzazioni di natura geologica”, auspicando espressamente il futuro “contemperamento” degli interessi privati della società con quelli pubblici della salvaguardia ambientale.

      4. Ha proposto appello la Provincia di Trento, con il quale ha chiesto che, in riforma della sentenza impugnata, venga rigettato il ricorso di primo grado.

      Con il primo motivo di appello l’amministrazione ha censurato la sentenza perché si sarebbe fondata su di un mezzo istruttorio, la consulenza tecnica d’ufficio, non ammesso nel processo amministrativo di legittimità. L’unico strumento che il giudice avrebbe potuto utilizzare per ulteriori approfondimenti di natura tecnica sarebbe stato quello della verificazione rimessa all’amministrazione, senza poter inserire nel rapporto processuale l’arbitraria valutazione di un tecnico estraneo ad entrambe le parti in causa.

      Oltretutto, a parere dell’appellante, attraverso questa anomala attività istruttoria il T.R.G.A. avrebbe esteso il controllo giurisdizionale oltre i limiti consentiti, con la sostituzione del giudice all’amministrazione in valutazioni tecnico-discrezionali attinenti al merito dell’azione pubblica. Dunque, l’ingresso del c.t.u. avrebbe dato causa a vizi di ordine strettamente processuale ed a vizi di portata sostanziale, riferiti ai limiti della cognizione giudiziale del rapporto.

      Con il secondo motivo d’appello, la provincia si duole del fatto che nel giudizio di primo grado è del tutto mancata la percezione dell’essenza e della portata del vincolo idrogeologico. Esso, esteso ad una zona territoriale ben più ampia quella occupata dal terreno della società, è preordinato alla tutela di interessi di rango superiore, è regolato dalla predisposizione di criteri generali che possano garantire un controllo coerente ed imparziale nei singoli casi ed è soprattutto necessariamente inteso ad una protezione ampia e coerente di tutte le aree interessate. Sicché le esigenze idrogeologiche di sicurezza e stabilità a livello di bacino dovrebbe essere oggetto di una considerazione globale, riferita ad una visione d’insieme di tutto il territorio interessato, alla quale non potrebbe sostituirsi una valutazione isolata di singole porzioni.

      La valutazione separata dei singoli fondi, in breve, sarebbe fallace, poiché impedirebbe di cogliere l’effettiva portata della normativa di protezione: la quale impone che siano rispettate le indicazioni generali che assoggettano, nell’ambito della zona sottoposta a vincolo, un dato terreno ad una prescrizione di particolare salvaguardia.

      5. Si è costituita la società Formambiente costruzioni s.r.l., che ha chiesto il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza impugnata.

      L’appellata ha contestato i motivi di appello, assumendo in primo luogo che il controllo effettuato dal giudice di prime cure non ha intaccato le vere e proprie valutazioni di opportunità amministrativa, ma si è correttamente incentrato solo su profili attinenti alle sfera di opinabilità della scelta tecnica. Si è, poi, rimarcata la completezza dell’esame giudiziale sulla portata e sull’influenza del vincolo idrogeologico, compiutamente condotto grazie ai dati resi disponibili dal c.t.u..

      L’appellata ha, altresì, riproposto i motivi già dedotti in primo grado, così sinteticamente riassumibili:

a) difetto di istruttoria e di motivazione della delibera del Comitato, perché influenzata da valutazioni che, anziché discendere da un accertamento diretto dello stato dei luoghi, sono state irritualmente desunte da una perizia di parte prodotta in un giudizio civile riferito ad un fondo comunque diverso da quello per cui è controversia;

b) erroneità intrinseca delle valutazioni, anche nella parte che consiste nel richiamo degli accertamenti condotti in sede civile;

c) falsa rappresentazione dei luoghi interessati dalla richiesta di autorizzazione;

d) eccesso di potere per irragionevolezza, illogicità e disparità di trattamento con riguardo ad autorizzazioni rilasciate nell’ambito della medesima zona per effettuare trasformazioni colturali e per provvedere a successive edificazioni.

6. Il primo motivo di appello è imperniato sulla dedotta illegittimità del mezzo istruttorio utilizzato dal giudice di primo grado: sia sul piano strettamente processuale, delle regole e dei limiti che il giudice incontra nella selezione degli strumenti di accertamento della verità, sia sul piano sostanziale, attinente ai limiti effettivi del sindacato sul rapporto controverso.

      In particolare, la prima questione posta all’attenzione del collegio è quella dell’ammissibilità della consulenza tecnica d’ufficio quale mezzo istruttorio nella giurisdizione di legittimità.

      Fino alla riforma introdotta con l’art.35 del d. lgs. n.80 del 1998 e con l’art.16 della legge 21.7.2000, n.205, che hanno inserito la c.t.u. tra i mezzi istruttori di cui dispone il giudice amministrativo sia nei nuovi settori di giurisdizione esclusiva sia nella generale giurisdizione di legittimità, l’unico strumento utile per effettuare accertamenti di natura tecnica era quello della verificazione demandata alla P.A..

      Questo principio è stato recentemente ribadito dalla Sezione, secondo cui il limite massimo di ampiezza della verificazione coincide con la devoluzione dell’accertamento tecnico ad un ente verificatore che, pur non essendo parte in causa, abbia però la qualità di pubblica amministrazione in senso soggettivo, con la garanzia che l’incarico venga in concreto espletato da un soggetto legato a tale amministrazione da un rapporto di servizio, nell’adempimento degli obblighi che a siffatto rapporto si riconducono. Sicché si è precisato che il potere di disporre la verificazione non può dar luogo alla nomina di un consulente esterno all’apparato amministrativo, chiamato a svolgere le funzioni di ausiliario del giudice in un dato contesto processuale solo per effetto della nomina, con il diritto a specifico compenso.

      Proprio a causa di questa limitazione, la Sezione in quell’occasione ha sollevato d’ufficio la questione di legittimità costituzionale delle norme sul processo amministrativo nella parte in cui non prevedono la possibilità per il giudice di giovarsi dell’opera di un c.t.u. terzo ed imparziale (Cons. Stato, sez. IV, ord. n.3212 del 2000).

      Rispetto a quest’ultima decisione è sopravvenuta la novità legislativa del citato art.16 della legge n.205 del 2000, che, novellando l’art.44 del r.d. 26.6.1924, n.1054, ha ammesso la nomina del c.t.u. anche nella giurisdizione di legittimità. Sicché, pur non potendo, a rigore, l’innovazione processuale retroagire fino alla data di svolgimento del giudizio di primo grado, è indubbio che essa spiega i suoi effetti in via immediata sui processi in corso. Si tratta, invero, di norma sul processo e relativa ad aspetti di mera istruzione probatoria, per i quali non può che valere il brocardo tempus regit actum. In linea teorica, ove lo ritenesse necessario, il collegio ben potrebbe disporre il rinnovo della consulenza, anche allo scopo di eliminare eventuali vizi processuali da cui sia inficiata la decisione del Tribunale.

      L’aspetto dell’inammissibilità del mezzo istruttorio disposto ed utilizzato dal giudice di prime cure, tuttavia, può essere assorbito dalle considerazioni che seguono e che dimostrano che la sentenza è comunque errata e che sono fondati i motivi dell’appello.

      7. Ciò che deve anzitutto sottolinearsi è la non corretta utilizzazione del mezzo istruttorio da parte del Tribunale, qualora pure lo si ritenesse ammissibile.

      La consulenza tecnica d’ufficio è uno strumento di conoscenza posto a disposizione del giudice, che giova unicamente ad arricchirne la cognizione di nozioni che non appartengono al patrimonio dell’intera collettività, né sono desumibili dalle massime di comune esperienza. Grazie all’apporto del consulente il giudice fruisce di conoscenze tecnico-specialistiche appartenenti a campi del sapere caratterizzati da obiettiva complessità, ai quali non si accede senza la disponibilità di sofisticati strumenti di indagine.

      Ne discende che, in primo luogo, la c.t.u. non può supplire l’onere della parte di allegare i fatti e di introdurli nel processo; in secondo luogo che il compito della fissazione e qualificazione del fatto non è delegabile al c.t.u., ma dev’essere espletato direttamente dal giudice. Questi può solo ampliare la sua conoscenza, come rilevato, grazie all’ausilio di una consulenza specialistica.

      Il giudice, proprio perché “dominus” della qualificazione del fatto, non può mai limitarsi a recepire acriticamente le risultanze della consulenza tecnica, ma è sempre tenuto ad un’autonoma valutazione e rielaborazione del fatto anche “alla luce” dei dati tecnico-scientifici offerti dal c.t.u.. Al giudice non interessa tanto la valutazione finale del consulente, che pure troverà gli opportuni spazi nella relazione illustrativa, ma il percorso conoscitivo che questi avrà svolto nel ripercorrere l’intero iter della determinazione tecnica assunta dall’amministrazione.

      Queste regole sono condizioni essenziali perché la consulenza tecnica possa correttamente inserirsi nel rapporto processuale, che affida alle parti l’onere di allegare e provare i fatti ed al giudice il compito di effettuare la loro ricostruzione e qualificazione giuridica.

      Ebbene, nella decisione impugnata tali regole non sono state rispettate, poiché il Tribunale non ha eseguito una valutazione autosufficiente sulla correttezza delle valutazioni tecniche del Comitato tecnico forestale, ma si è pressoché interamente piegato sulle conclusioni finali del consulente. L’assenza di una rielaborazione effettiva di queste conclusioni, del resto, è comprovata, oltre che dalla motivazione della sentenza, dal fatto che il Tribunale non ha posto adeguatamente in luce le contraddizioni emergenti dal testo della relazione e le sue obiettive incertezze; sulle quali, comunque, si tornerà tra breve.

      8. Un altro punto da esaminare (e da cui nasce una concorrente ragione invalidante della decisione appellata) concerne la tecnica di sindacato sull’azione amministrativa fatta propria dai giudici del Tribunale.

      Il giudice è stato qui chiamato a pronunciarsi sull’impugnazione di una delibera di autorizzazione che era stata presa sulla base di una valutazione di natura complessa, che ha abbracciato la consistenza del vincolo idrogeologico gravante sull’area, l’estensione e la specifica collocazione del  terreno della società e le possibili conseguenze che sarebbero derivate dal disboscamento a scopo edificatorio: in breve, sia considerazioni collegate ad un giudizio tecnico opinabile sia considerazioni di opportunità amministrativa.

      Nel dirimere una controversia annoverabile, secondo tradizione, in quelle collegate al controllo della c.d. discrezionalità tecnica, il giudice non si è limitato a censurare le valutazioni tecniche (non giuridiche) che erano apparse sicuramente inattendibili ed irragionevoli, ma ha direttamente sostituito la valutazione tecnica sviluppata nel processo a quella effettuata dall’amministrazione. Si è compiuto, a ben vedere, un controllo di tipo “forte”, che si traduce in un potere sostitutivo del giudice, il quale si spinge fino a sovrapporre la propria valutazione tecnica opinabile a quella dell’amministrazione. Mentre il controllo di tipo “debole” avrebbe richiesto che le cognizioni tecniche acquisite grazie al consulente fossero utilizzate solo allo scopo di effettuare un controllo di ragionevolezza e coerenza tecnica della decisione amministrativa.

      Ebbene, nel caso di specie, un controllo di tipo “forte” non poteva legittimamente svolgersi.

      9. E’ necessario, in proposito, aprire una breve parentesi, allo scopo di richiamare le importanti novità che hanno recentemente interessato il dibattito sul controllo giurisdizionale sulla discrezionalità tecnica: un tema, questo, che abbraccia problemi ed istituti di diritto processuale come anche di diritto sostanziale.

      Delle novità sul piano del diritto processuale si è già detto, con riguardo alla c.t.u. ed alle disposizioni di cui agli artt.35 del d. lgs. n.80 del 1998 e 16 della legge n.205 del 2000.

      Sul piano dei limiti del controllo sul rapporto sostanziale, proprio la giurisprudenza di questa Sezione ha aperto una breccia all’interno del consolidato principio fondato sull’equazione concettuale tra discrezionalità tecnica e merito amministrativo, indicando la strada per un sindacato giurisdizionale pieno sulle valutazioni tecniche. In particolare, si dovrebbe distinguere tra il carattere di opinabilità dei giudizi tecnici che l’amministrazione è tenuta a formulare con sempre maggiore frequenza ed il profilo della opportunità amministrativa, che involge la determinazione finale: il primo aspetto sarebbe interamente attratto, senza limiti preconcetti, nella cognizione del giudice, che potrebbe pertanto sostituire il proprio giudizio opinabile al giudizio opinabile dell’amministrazione; il secondo, invece, poiché inerisce (solo esso) al merito dell’azione amministrativa sarebbe del tutto estraneo ai poteri d’indagine del giudice (Cons. Stato, sez. IV, n.601 del 1999).

      Questi principi appaiono in certa qual misura confortati dalle innovazioni processuali, che, concedendo al giudice di avvalersi di un consulente terzo, esperto di una certa disciplina tecnica, inducono ad alcune affermazioni di massima: a) la presenza di una valutazione tecnica non implica, di per sé, l’instaurazione di un regime speciale di insindacabilità; b) il giudice amministrativo ha il potere di accertare tutti i presupposti di fatto del rapporto controverso, ivi compresi i processi conoscitivi seguiti dall’amministrazione che coinvolgano apprezzamenti di natura tecnica; c) il sindacato del giudice non deve attuarsi solo sulla base di massime d’esperienza appartenenti al sapere comune e di dominio dell’intera collettività, ma, quando effettivamente tali massime siano insufficienti, può disporre grazie al c.t.u. di tutte le conoscenze tecnico-specialistiche che appaiono, secondo i casi, necessarie alla più completa conoscenza dei fatti.

      Questo sintetico quadro di principi, però non consente di sostenere anche che il controllo giurisdizionale sulle valutazioni complesse dell’amministrazione e sull’applicazione dei c.d. “concetti giuridici indeterminati” possa sempre atteggiarsi nelle forme del controllo sostitutivo, di tipo forte.

      E’, invero, frequente riscontrare una linea di demarcazione molto sfuggente tra il momento della valutazione tecnica opinabile e quello della ponderazione dell’interesse pubblico, insieme con l’interesse del ricorrente e degli altri interessi in gioco. Non solo tra di essi è spesso apprezzabile contestualità cronologica, ma addirittura parziale sovrapposizione concettuale sul piano logico. Accade, insomma, che la valutazione tecnica e la ponderazione degli interessi, lungi dal potersi tenere distinte, appaiono talora fuse in un procedimento logico unitario; e la difficoltà di separare i due momenti è in larga misura accentuata dallo sviluppo della tecnica e dai mutamenti organizzativi e funzionali dell'azione amministrativa

      La stretta connessione tra apprezzamento tecnico opinabile e scelta di merito è un indice dell’esistenza di un potere di valutazione tendenzialmente riservata all’amministrazione, non già nel senso della preclusione del controllo giurisdizionale, ma nel senso che non è concesso un sindacato con poteri sostitutivi.

      In secondo luogo, deve tenersi in debito conto che la difficoltà di separare concettualmente tra opinabilità ed opportunità amministrativa è accentuata proprio nei casi in cui la valutazione presenta caratteri di obiettiva complessità, collegata alla rilevanza di interessi di rango primario; interessi  protetti da norme costituzionali destinate a prevalere nel giudizio di bilanciamento che le contrappone all’interesse dedotto dal ricorrente, anch’esso di sicura ascendenza costituzionale grazie al disposto dell’art.113 Cost..

      L’emersione di siffatti interessi, inoltre, induce il legislatore primario ad affidare il potere di provvedere ad articolazioni dell’amministrazione che si assumono dotate di una peculiare legittimazione, alla luce della composizione e qualificazione tecnica.

      10. Ebbene, nel caso in esame sono presenti tutti e tre i richiamati sintomi, che inducono a configurare il potere amministrativo come soggetto a sindacato di tipo debole.

      Il giudizio sui presupposti per autorizzare la trasformazione colturale impone una ponderazione complessa che coinvolge profili tecnici e profili di vera e propria opportunità: viene in gioco la portata del vincolo idrogeologico nel suo complesso, il ruolo strategico dell’area boschiva interessata, la convenienza al mantenimento del vincolo in termini assoluti, la possibilità che l’equilibrio dell’area possa soffrirne, sia pure calcolata in una serie percentuale di casi.

      E’, altresì, pacifico che il provvedimento amministrativo è preordinato a tutelare interessi di ordine primario e beni essenziali della collettività, custoditi nelle norme di cui agli artt.9 e 32 Cost..

      E’, infine, univoca la scelta legislativa che, in coerenza col principio di buon andamento dell’attività amministrativa, demanda la valutazione ad un organo che si configura come dotato di una specifica competenza, funzionale alla corretta salvaguardia del vincolo. In questo settore la legge ha assunto al rango di interesse pubblico un interesse che ha anche valenza tecnico-scientifica e ne ha attribuito la cura ad una particolare autorità amministrativa.

      In conclusione, in questa materia al giudice non è certamente concesso un potere di sostituzione del proprio giudizio a quello dell’amministrazione, ma il controllo rientra nel paradigma classico dell’eccesso di potere e si sostanzia nella verifica di logicità e ragionevolezza, sia pure condotta anche alla luce della tecnica.

      Ne segue, altresì, che il provvedimento deve reputarsi legittimo quando il giudizio tecnico (di applicazione del concetto giuridico indeterminato), anche a prescindere dalla intrinseca e sicura esattezza, è obiettivamente attendibile: ossia quando in una ragionevole percentuale di casi conduce ad un risultato corretto.

      11. Ciò premesso, nel caso in esame non è dato apprezzare il vizio di eccesso di potere nei termini dedotti dall’odierna appellata.

      La delibera impugnata, nel contesto di un’ampia e ragionevole motivazione, ha in particolare sottolineato che l’area in questione ricade nel bacino del Meledrio in una zona classificata dalla delibera n.189/93 come “soggetta a gravi penalità in conseguenza della morfologia e dell’elevato grado di modificazione subìto in seguito all’urbanizzazione”. Si tratta del richiamo ad un atto col quale sono state fornite indicazioni e criteri di ordine generale sulla portata del vincolo idrogeologico riguardo alle singole zone, assunto sulla base di un’approfondita relazione tecnica sull’assetto idrogeologico dell’area, in rapporto alle previsioni di ulteriore sviluppo urbanistico introdotte dal nuovo piano comprensoriale, e finalizzato ad orientare i successivi provvedimenti autorizzativi.

      Questa circostanza, di per sé, vale a circoscrivere in misura molto evidente le possibilità che sia autorizzata la trasformazione colturale a scopo di edificazione e conferma l’obiezione dell’appellante, secondo cui non è possibile valutare l’impatto del vincolo senza considerarlo nella sua intera estensione e senza tener conto della valutazione d’insieme che coinvolge anche il singolo terreno interessato.

      L’amministrazione ha preso in esame ed ha attribuito rilievo ad accertamenti che, considerati unitamente ai predetti criteri generali, hanno confermato l’esistenza di ostacoli al rilascio dell’invocata autorizzazione. Nella motivazione  del provvedimento, tra l’altro, il Comitato ritiene espressamente doversi evitare “una pesante manomissione del versante, suscettibile di determinare un rischio anche per la stabilità dell’edificio soprastante, e comunque una pericolosa interferenza con la circolazione idrica sotterranea”; e sottolinea, altresì, “l’esigenza irrinunciabile di salvaguardare la formazione boscata insediata sulla pp.ff..1152/7/8 per la funzione tutelare svolta nell’assicurare l’equilibrio del pendio attraverso la naturale regimazione delle acque”.

      Del resto, la relazione redatta dal c.t.u. nominato dal giudice di primo grado contiene degli elementi contraddittori rispetto alle conclusioni finali, che costituiscono altrettanti dati a conforto della determinazione finale presa dall’amministrazione appellante.

      Così, in primo luogo, il consulente ritiene che, per esprimere un giudizio sull’idoneità dell’area alla sottoposizione della trasformazione colturale, si deve valutare se gli eventi calamitosi che il vincolo vuole impedire siano “probabili” (pag.19). Una premessa, questa, di dubbia esattezza, poiché è il criterio della “possibilità”, anziché quello della “probabilità”, che presiede alla gestione di un vincolo posto a tutela di interessi di rilievo primario.

      Il consulente, inoltre, espressamente ammette che, pur essendo assenti rischi di sprofondamento, “l’unica possibile condizione di rischio è rappresentata dal rischio di frana” (pag.19).

      La relazione, quindi, utilizza ulteriori formule equivoche, laddove riferisce che “i risultati delle verifiche di stabilità indicano che l’area … non sembra interessata da movimenti gravitativi profondi”, soggiungendo che “le possibili superfici instabili interessano limitati spessori ed estensioni”.

      Infine, la relazione conclude, come rilevato in questo caso dallo stesso Tribunale, che la riconosciuta idoneità dell’area alla trasformazione colturale “non comporta affatto una positiva valutazione di uno specifico progetto … né che ogni progetto di edificazione sia ammissibile”. Ciò perché “l’area … deve essere considerata, con riferimento alla sua localizzazione, all’acclività e alla natura idrogeologica del sito, gravata da pesanti penalizzazioni di natura geologica”.

      La determinazione assunta dall’amministrazione, dunque, è dotata di congrua motivazione ed anche sul piano dell’istruttoria non si condividono le censure dedotte dall’appellata.

      E’ parimenti infondata la censura di eccesso di potere per disparità di trattamento, interamente assorbita per via della congrua motivazione esposta dall’amministrazione. La dedotta disparità non è stata compiutamente provata dall’appellata e, soprattutto, l’eventuale rilascio di autorizzazioni al disboscamento in aree aventi condizioni solo analoghe a quella in oggetto non è circostanza sufficiente ad invalidare la delibera con cui si è negata la trasformazione colturale del fondo.

      12. Ne segue l’accoglimento dell’appello e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, il rigetto del ricorso di primo grado.

      Poiché soccombente, l’appellata è condannata a rimborsare all’appellante amministrazione le spese processuali dei due gradi del giudizio, che liquida in dispositivo.

P.  Q.  M.

il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Quarta Sezione, accoglie l’appello e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, rigetta il ricorso di primo grado.

      Condanna l’appellata a rimborsare  all’appellante amministrazione le spese processuali dei due gradi del giudizio, che liquida in complessive lire 10.000.000 (diecimilioni).

      Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’autorità amministrativa.

      Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 27 marzo 2001, con l’intervento dei signori: 

      Giovanni Paleologo  Presidente

      Marcello Borioni   Consigliere

      Cesare Lamberti   Consigliere

      Maria Grazia Cappugi  Consigliere

      Fabio Cintioli   Consigliere, est. 

     L'ESTENSORE    IL PRESIDENTE 

IL SEGRETARIO

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N.R.G. 6565/1997


RL