R  E  P  U  B  B  L  I  C  A     I  T  A  L  I  A  N  A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

N.

Reg. Dec.

N. 9175Reg. Ric.

Anno 1999

      Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente

DECISIONE

sul ricorso in appello numero di registro generale 9175 del 1999, proposto dall’Impresa Costruzioni Ingg. F. e G. Perco S.n.c., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, per delega , dall’Avv. Cesare Pellegrini e dall’Avv. Vittorio Biagetti, ed elettivamente domiciliata presso il secondo in Roma, alla via Antonio Bertoloni, n. 35;

contro

il Comune di Trieste, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avv. Oreste Danese e dall’Avv. Domenico Vicini, ed elettivamente domiciliata presso il secondo in Roma, al Piazzale delle Muse, n. 7;

e nei confronti

della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, in persona del Presidente pro tempore della Giunta Regionale, rappresentata e difesa, per delega , dall’Avv. Gino Marzi, ed elettivamente domiciliata presso l’Ufficio di Rappresentanza della Regione in Roma, alla Piazza Colonna, n. 355,

per la riforma

della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per il Friuli-Venezia Giulia, 6 luglio 1998, n. 896, non notificata, resa tra le parti, di parziale accoglimento del ricorso numero di quel T.a.r. 11 del 1998, proposto dall’Impresa Costruzioni Ingg. F. e G. Perco S.n.c.

Visto il ricorso con i relativi allegati.

Visto l’atto di costituzione in giudizio della parte appellata.

Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle proprie difese.

Visti gli atti tutti della causa.

Relatore, alla pubblica udienza del 26 giugno 2001, il Consigliere Paolo Troiano.

Uditi per l’appellante l’Avv. Cesare Pellegrini, per il Comune di Trieste l’Avv. Domenico Vicini e per la Regione l’Avv. Gino Marzi.

Ritenuto in fatto e in diritto quanto segue:

FATTO

La sentenza del Tribunale amministrativo regionale per il Friuli-Venezia Giulia 6 luglio 1998, n. 896 è appellata dall’Impresa Costruzioni Ingg. F. e G. Perco s.n.c., per la parte in cui non annulla totalmente:

- la deliberazione consiliare n. 37 del 15 aprile 1997, con cui il Comune di Trieste ha approvato la variante n. 66 al piano regolatore generale (variante di revisione ed adeguamento al piano urbanistico regionale generale ed alla L.R. 19 novembre 1991, n. 52), quanto meno – e particolarmente – nella parte in cui si prevede l’inserimento dei terreni di proprietà della ricorrente nell’ambito “Bn/i – recupero del sistema urbanistico-infrastrutturale”, denominato “Pi 11 – via Bonomea, II”;

- il decreto n. 0300/Pres. del 23 novembre 1997, con il quale il Presidente della Giunta regionale, nel confermare l’esecutività della predetta delibera consiliare n. 37 del 1997, ha disposto l’introduzione delle modifiche ritenute indispensabili a fronte del parziale superamento, conseguito dal Comune, delle riserve formulate in ordine alla variante medesima con deliberazione della Giunta regionale n. 1271 del 22 marzo 1996;

- tutti gli atti comunali e regionali preparatori (con particolare riguardo alla delibera comunale n. 114 del 26 giugno 1995 di adozione della variante n. 66, e alla delibera della Giunta regionale n. 1271 del 1996);

- tutti gli altri atti presupposti, consequenziali e comunque connessi a quelli sopra elencati.

In particolare, l’Impresa ricorrente deduceva le seguenti censure:

I) Violazione di legge (articolo 30, comma 5°, lettera a), n. 1 e b) della l.r. n. 52 del 1991 e successive modifiche in rapporto ai commi 1, lettere a-d-f, e 4 del medesimo articolo 30; quarta circolare della Dir. Reg. Pianificazione territoriale 5 ottobre 1992, esplicativa della l.r. n. 52 del 1991).

II) Eccesso di potere – Sviamento – Insufficienza di istruttoria – Travisamento dei fatti – Falsa ed errata rappresentazione della realtà infrastrutturale ed urbanizzativa dei luoghi e dei terreni della ricorrente per l’inclusione nella zona Bn-i.

III) Violazione di legge (articolo 32, comma 7 della l.r. n. 52 del 1991) per mancata rielaborazione-riadozione della Variante n. 66 – Eccesso di potere – Incidenza sugli obiettivi e sulle strategie di cui all’articolo 30, comma 1, lett. a) della l.r. n. 52 del 1991 – Illegittimità delle modifiche apportate in sede di approvazione degli ambiti Bn-i.

IV) Violazione di legge (articolo 32, comma 3 della l.r. n. 52 del 1991 e successive modifiche) – Eccesso di potere – Violazione del principio della “par condicio" dei cittadini, del giusto procedimento e della trasparenza dell’azione amministrativa in rapporto alla pari possibilità di cittadini direttamente interessati di presentare osservazioni ed opposizioni al PRGC prima dell’approvazione.

V) Ulteriore profilo di violazione di legge (articoli 30 e 79 della l.r. n. 52 del 1991 in relazione all’articolo 42 della Costituzione per mancata previsione di un termine per la predisposizione di PRPC – Eccesso di potere per insufficiente motivazione ed illogicità manifesta per l’istituzione degli ambiti di recupero del sistema urbanistico-infrastrutturale Bn-i).

VI) Violazione di legge (articoli 34 e 35 del d.P.G.R. 15 settembre 1978, n. 826; articoli 4 e 5 del d.P.G.R. 20 aprile 1995, n. 126) per errata verifica del calcolo della capacità insediativa del piano e dei conseguenti standars urbanistici.

VII) Violazione dell’articolo 31 della l.r. n. 52 del 1991 per inesistenza, indeterminatezza ovvero mancato rispetto da parte della Variante delle Direttive impartite con deliberazioni comunali ai sensi dell’articolo 30, comma 1, lettera a) della l.r. n. 52 del 1991.

VIII) Eccesso di potere – Disparità di trattamento per immotivato mutamento di destinazione – da indeificabili ad edificabili – di aree di particolare pregio ambientale con inclusione in zona omogenea B di un’area priva dei requisiti prescritti.

IX) Riduzione delle aree edificabili immotivata in relazione al rimborso dell’ICI – Violazione dell’articolo 30 della legge 1150 del 1942 come modificato dall’articolo 9 della legge n. 765 del 1967.

In sede d’appello la ricorrente Impresa ha dedotto dodici motivi di gravame, che ripropongono, con diffuse argomentazioni, i nove motivi proposti in primo grado.

Con successiva memoria difensiva del 31 maggio 2000, la stessa Impresa ha ulteriormente illustrato le proprie ragioni, insistendo in particolare:

- sull’illegittimità della previsione dello studio programma di cui all’art. 5.2.10 “Bn/i – recupero del sistema urbanistico-infrastrutturale” delle norme tecniche di attuazione, nonché dell’estensione dello stesso ad area di proprietà;

- sull’illegittimità della deliberazione del consiglio comunale di Trieste n. 191 del 21 marzo 1997, con la quale fu respinta la proposta di emendamento presentata da un consigliere comunale;

- sulla violazione dell’art. 32, commi 3 e 7, della L. R. n. 52 del 1991.

Il Comune di Trieste e la Regione autonoma Friuli Venezia-Giulia, costituitisi nella presente fase del giudizio, hanno eccepito l’inammissibilità del ricorso in appello ed, in via subordinata, la sua infondatezza.

Con decisione interlocutoria n. 5618 del 20 ottobre 2000, venivano disposti incombenti istruttori.

In particolare, la Sezione ritieneva opportuno - ai fini del decidere e per completezza istruttoria - richiedere alla Regione Friuli Venezia Giulia:

un accertamento tecnico, in contraddittorio con il Comune di Trieste e con l’Impresa ricorrente, al fine di verificare lo stato di edificazione e d’urbanizzazione, nell’ambito “Bn/i – recupero del sistema urbanistico-infrastrutturale” denominato “Pi 11 – via Bonomea, II”, che interessa l’area di proprietà dell’Impresa Perco; l’accertamento sarà corredato da una schematica rappresentazione grafica;

documentati chiarimenti: - sul confronto tra le risultanze dell’accertamento e gli elaborati istruttori presupposti all’adozione della variante n. 66 al piano regolatore generale ed in particolare le relazioni approvate dal Comune, con deliberazioni consiliare n. 114/95 e n. 37/97 (tavole 4 e 6); - sul rilascio di tre concessioni edilizie, nella zona interessata, nel mese di gennaio 1996, dopo l’adozione della predetta variante n. 66.

DIRITTO

1. Seguendo l’ordine logico delle questioni sottoposte al Collegio, si esamina in primo luogo il II motivo del ricorso di primo grado, riproposto con il terzo motivo di gravame, con cui l’appellante lamenta contraddizioni logiche, carenza e falsità di motivazione e gravi deficienze istruttorie nella determinazione del Comune di istituire le zone Bn/i - Recupero del sistema urbanistico infrastrutturale, in quanto tali zone ricomprendono aree già urbanizzate ed inserite in una zona omogenea B “di completamento”, per le quali non dovrebbe essere prevista la formazione di un piano attuativo per gli interventi, ma solo lo strumento diretto. Analoga doglianza è dedotta con il V motivo del ricorso introduttivo, e con il VII motivo, paragrafo 3°, nella parte in cui tali mezzi sono diretti a censurare la stessa istituzione dell’ambito di recupero del sistema urbanistico infrastrutturale Bn-i Pi 11 - Via Bonomea II.

La censura è infondata.

In proposito è opportuno premettere che, in via generale, la determinazione dell’Amministrazione di includere un’area in zona B “di completamento” non si pone necessariamente in contraddizione con la scelta di subordinare l’edificazione in tale area all’adozione di strumenti urbanistici di dettaglio.

In particolare - come precisato dalla giurisprudenza di questo Consiglio (Sez. V, 22 aprile 1992, n. 351) – il principio secondo cui va esclusa la necessità di strumenti attuativi per il rilascio di concessioni in zone già urbanizzate è applicabile solo nei casi nei quali la situazione di fatto, in presenza di una pressoché completa edificazione della zona, sia addirittura incompatibile con un piano attuativo (si pensi al caso del lotto residuale ed intercluso in area compiutamente urbanizzata: Sez. V, 26 settembre 1995, n. 1351), ma non anche alle ipotesi in cui, per effetto di una edificazione disomogenea, ci si trovi di fronte ad una situazione che assai più di altre esige un piano attuativo idoneo a restituire efficienza all’abitato, riordinando e talora addirittura definendo ex novo un disegno urbanistico di completamento della zona. La necessità di uno strumento attuativo può riconoscersi, ad esempio, quando, tenuto conto “della situazione esistente e non delle opere solo programmate” (Sez. V, 1 febbraio 1995, n. 162), debba essere completato il sistema della viabilità secondaria nella zona o quando debba essere integrata l’urbanizzazione esistente garantendo il rispetto dei prescritti standards minimi per spazi e servizi pubblici e le condizioni per l’armonico collegamento con le zone contigue già asservite all’edificazione.

Va, inoltre, evidenziato che la valutazione operata dall’Amministrazione quanto alla sussistenza o meno di una compiuta urbanizzazione della zona interessata costituisce espressione di discrezionalità tecnica e si presta ad essere sindacata esclusivamente ove risulti manifestamente erronea o illogica.

In relazione a tali premesse, considerate anche le risultanze dell’istruttoria espletata, deve ritenersi che si sottragga a censure la scelta del Comune di Trieste di subordinare all’adozione di un piano attuativo di iniziativa pubblica o privata il rilascio di concessioni edilizie aventi ad oggetto l’area di proprietà della Società appellante, ricompresa nell’ambito “Pi 11 – Via Bonomea II”.

In particolare, dall’esame della Relazione tecnica del 23 marzo 2001, predisposta dalla Direzione regionale della pianificazione territoriale in esecuzione della decisione interlocutoria di questa Sezione 20 ottobre 2000, n. 5618, emerge fra l’altro che i fondi di proprietà dell’impresa ricorrente, se si eccettuano alcuni sentieri ed una scala, sono collegati alla principale via di transito della zona (la Via Bonomea) solo da una “rotabile a fondo naturale” che ha inizio da uno slargo della Via Bonomea (formato da particelle in titolarità di altri proprietari privati sulle quali si prospetta la sussistenza di una servitù di passaggio) ed alla stessa ritorna, formando un anello. Tale collegamento appare al momento inadeguato in quanto, come precisato nella predetta relazione, trattasi di un “tracciato con sezione variabile di circa 2,5-3,5 metri” che “si presenta in terra battuta, non asfaltato, sgombro da vegetazione, ma privo di opere di contenimento e di sostegno, con caratteristiche tali da non consentire il transito di comuni autovetture o altri mezzi assimilabili” (pagina 7).

L’area in esame – nei limiti di un sindacato che non impinga nel merito dell’azione amministrativa - non si presenta, quindi, come compiutamente urbanizzata, apparendo legittima, anche in considerazione delle significative dimensioni dell’intervento edilizio prefigurato dall’appellante e dei conseguenti carichi urbanistici, la previsione di una fase di pianificazione di dettaglio diretta in primo luogo a definire il completamento del sistema della viabilità secondaria nella zona, con l’indicazione dei necessari raccordi. Sempre in tale sede potranno individuarsi le eventuali infrastrutture necessarie al fine di consentire l’allacciamento dei fondi della ricorrente con le reti dei servizi, ove non già predisposte, ed a garantire il rispetto degli standards urbanistici per spazi e servizi pubblici.

2. Risulta, invece, fondata la doglianza di violazione dell’articolo 30, comma 4° della l.r. Friuli-Venezia Giulia 19 novembre 1991, n. 52, dedotta con il I motivo del ricorso introduttivo e, in parte, con il III alla pagina 24 e con il V motivo (riproposta, unitamente ad altre censure, con il primo e con il terzo motivo di appello), nella parte in cui si lamenta l’illegittimità della previsione di uno strumento attuativo atipico, denominato “studio programma”, per l’edificazione nell’area in parola.

In via generale deve ribadirsi che “esiste, nell’ordinamento urbanistico non meno che in tutto il diritto pubblico, in applicazione del più generale principio di legalità (che vuole che in uno Stato di diritto non possa una Pubblica amministrazione avvalersi di poteri che la legge non le ha previamente conferito), un inderogabile principio di nominatività e tipicità degli strumenti urbanistici: esso è tale per cui una Pubblica Amministrazione non può adottare, od approvare, una figura di piano di organizzazione del territorio che non corrisponda (per presupposti, competenze, oggetto, funzione ed effetti) ad uno schema già predeterminato, in via generale ed astratta, da una norma primaria dell’ordinamento. La gestione dell’assetto del territorio è infatti una funzione che si estrinseca in una molteplice tipologia di manifestazioni di potestà pubbliche, in cui ciascuna deve essere caratterizzata per legge (a garanzia dei destinatari) da una propria causa, da propri effetti, e da una corrispondente competenza: per modo che non può essere ravvisato sussistere, nell’attuale ordinamento, in capo ad alcun centro amministrativo, un generale ed indifferenziato potere di pianificazione del territorio, libero quanto a mezzi e a forme, capace di incidere sui diritti dei consociati. Gli strumenti urbanistici legittimamente applicabili sono pertanto soltanto quelli previsti - per nome, causa e contenuto - dalla legge; e dunque, al di fuori di un tale numero chiuso, non può legittimamente una Amministrazione procedere ad introdurre nella realtà giuridica qualsivoglia, indicativa o coercitiva che sia, nuova categoria di strumento di pianificazione dell’assetto del territorio” (Sez. II, 26 ottobre 1994, n. 883; in termini anche Sez. IV, 28 luglio 1982, n. 525).

Nel caso di specie negli ambiti contraddistinti dalla sigla Bn/i gli interventi di nuova edificazione sono subordinati all’approvazione di uno strumento attuativo denominato  
“studio programma di iniziativa comunale o privata, esteso all’intero ambito, soggetto ad approvazione da parte del Consiglio comunale e finalizzato principalmente all’adeguamento e/o completamento delle infrastrutture viarie interne agli ambiti stessi” (articolo 5.2.10 dell’elaborato “D” delle Norme Tecniche di Attuazione della Variante Generale n. 66 al P.U.R.G. del Comune di Trieste, come modificato in parziale accoglimento delle relative osservazioni regionali di cui al Punto E10). Tale strumento di dettaglio non è, tuttavia, conosciuto dalla legislazione urbanistica regionale, che prevede, per contro, l’individuazione nel P.R.G. “degli ambiti in cui l’attuazione avviene attraverso la predisposizione dei piani regolatori particolareggiati comunali” (articolo 30, comma 4°, l.r. n. 5 del 1991).

Lo “studio programma”, a differenza dei menzionati piani regolatori particolareggiati comunali, si connota, quindi, come strumento atipico, la cui previsione deve ritenersi illegittima.

3. Parimenti fondata si appalesa la censura di cui al V motivo del ricorso introduttivo, nella parte in cui si lamenta il vizio di eccesso di potere per insufficiente motivazione ed illogicità manifesta della scelta di dimensionare lo “studio programma” all’intero ambito Bn/i interessato (doglianza riproposta con il motivo di appello numerato III.3.1).

In proposito va osservato che, in base al principio di proporzionalità dell’azione amministrativa, la legittimità della previsione di strumenti attuativi in zone B “di completamento” trova il suo limite, quanto alla estensione di tali piani, nell’effettiva necessità di riorganizzare e integrare l’urbanizzazione dell’area interessata. Quando, come nel caso di specie, un’area parzialmente priva di opere di urbanizzazione si inserisca in una più ampia sotto-zona ormai, per il resto compiutamente urbanizzata, la scelta di subordinare l’edificazione nell’ambito considerato all’approvazione di piani attuativi può ritenersi legittima a condizione che la dimensione di tali piani sia correttamente commisurata alle esigenze di completamento del sistema infrastrutturale.

In particolare, nell’ambito “Pi 11 - Via Bonomea II” l’esigenza di integrare la rete delle infrastrutture si pone con riguardo ai soli fondi di proprietà dell’impresa ricorrente nonché con riguardo alle aree immediatamente limitrofe che possano essere interessate dagli interventi urbanistici di raccordo e di allacciamento.

La previsione di un unico piano attuativo - comunque denominato – necessariamente esteso all’intero ambito appare, pertanto, irragionevole, in quanto lo strumento previsto risulta sovradimensionato rispetto all’interesse pubblico perseguito, con un’ingiustificata ed eccessiva compressione degli interessi proprietari.

Lo sproporzionato sacrificio della posizione dell’impresa ricorrente, per la quale risulta quasi impossibile la presentazione di un piano attuativo ad iniziativa privata di tali dimesioni, è evidenziato dalla stessa Amministrazione comunale allorché, nella Relazione di controdeduzione alle riserve regionali, al punto E10, pagina 46, si sottolinea che “in alcuni casi aver perimetrato un’area come Bn/i non produrrà nessun effetto migliorativo dello stato reale, che invece sarà realizzabile solo attraverso l’intervento pubblico […] e nello stesso tempo impedirà qualsiasi piccola modifica volumetrica sull’esistente”.

4. L’accoglimento delle censure innanzi indicate, comportando la necessità che l’Amministrazione comunale ridefinisca il regime urbanistico dell’area di proprietà della ricorrente, con l’eventuale previsione di uno strumento attuativo tipico e correttamente dimensionato, impone la rinnovazione dell’intero procedimento amministrativo nella parte in cui interessa i terreni in esame.

Vengono, pertanto, ad essere superate ed assorbite le doglianze che attengono alla legittimità del procedimento seguito - limitatamente all’ambito di interesse - per l’adozione e l’approvazione della variante impugnata.

In particolare, devono ritenersi assorbite le censure di:

- violazione dell’articolo 30, comma 5°, lettere a) e b) della citata l.r. n. 52 del 1991 per carenze degli strumenti normativi e grafici su cui si fonda la Variante n. 66 (dedotta sempre con il I motivo del ricorso introduttivo);

- violazione di legge (articolo 32, comma 7°, l.r. n. 52 del 1991) ed eccesso di potere per mancata rielaborazione e riadozione della menzionata Variante da parte del Comune di Trieste, (dedotte, in parte qua, con il III motivo del ricorso di primo grado);

- violazione di legge (articolo 32, comma 3°, l.r. n. 52 del 1991) ed eccesso di potere, per violazione dei principi di eguaglianza, del giusto procedimento e della trasparenza dell’azione amministrativa (IV motivo del ricorso introduttivo).

5. Le censure di cui al VI ed al VII motivo, paragrafi 1° e 2°, del ricorso introduttivo costituirono oggetto di rinunzia con memoria depositata il 26 maggio 1998 nel giudizio innanzi al T.a.r., in considerazione della sopravvenuta pubblicazione  della decisione del T.a.r. per il Friuli-Venezia Giulia 18 marzo 1998, n. 451, resa in relazione ad altro ricorso.

Il Giudice di prime cure non ha, tuttavia, riconosciuto immediata efficacia a tale rinunzia in quanto la stessa era subordinata all’implicita condizione del passaggio in giudicato della decisione del T.a.r., che invece ha costituito oggetto di appello innanzi al Consiglio di Stato con il ricorso numero di ruolo generale 7675 del 1998.

Va, tuttavia, rilevato che la suddetta pronunzia è stata poi confermata dal Consiglio di Stato ed è passata in giudicato, sicché ora esplica piena efficacia la nominata dichiarazione di rinunzia, di cui il Collegio deve dare atto.

6. Infondato si appalesa l’ottavo motivo del ricorso di primo grado, con cui si lamenta il vizio di eccesso di potere (disparità di trattamento per immotivato mutamento di destinazione – da inedificabili a edificabili – di aree di espansione di particolare pregio ambientale, con inclusione in zona omogenea B di un’area priva dei requisiti prescritti).

Sul punto merita conferma la pronunzia dei primi giudici laddove si precisa che in materia urbanistica non è ipotizzabile una disparità di trattamento fra proprietari di fondi diversi, in quanto ciascun fondo è necessariamente differenziato dagli altri, quanto meno sotto il profilo della ubicazione, e, pertanto,  costituisce oggetto di autonoma considerazione.

In proposito va ribadito che “la valutazione della idoneità delle aree a soddisfare, con riferimento alle possibili destinazioni, specifici interessi urbanistici, costituisce esercizio di un potere di scelta, rispetto al quale non è ipotizzabile quella identità di situazioni soggettive ed oggettive che costituisce il presupposto indispensabile per poter configurare, tra i vari soggetti interessati, il vizio di eccesso di potere per disparità di trattamento” (Sez. IV, 17 febbraio 1981, n. 159).

Poiché l’esame di situazioni di fatto disomogenee implica l’adozione di criteri di valutazione almeno in parte differenziati, l’eventuale irragionevolezza delle soluzioni adottate con riguardo ad un ambito del territorio comunale non costituisce, quindi, argomento per prospettare l’illegittimità delle determinazione assunte, sulla base di criteri diversi e di differenti situazioni di fatto, in relazione ad un altro ambito.

7. Infondato si appalesa anche il IX mezzo del ricorso di primo grado, con cui si lamenta l’illegittimità derivante dalla riduzione delle aree edificabili in relazione al conseguente rimborso ICI, nonché la violazione dell’articolo 30 della legge urbanistica come modificato dall’articolo 9 della legge n. 765 del 1967.

A tale riguardo va osservato che, nell’ambito di una necessaria valutazione comparativa dei diversi interessi pubblici coinvolti dalle scelte di pianificazione urbanistica, gli interessi di natura tributaria risultano senz’altro recessivi rispetto a quelli preminenti che attengono alla realizzazione di un adeguato assetto del territorio comunale, sicché l’Amministrazione municipale non è tenuta a motivare in ordine alle conseguenze eventualmente sfavorevoli che possano derivare, sotto il profilo fiscale, da determinate soluzioni pianificatorie.

8. Per le suesposte considerazioni, l’appello va accolto nei limiti di cui in motivazione e, per l’effetto, in parziale riforma dell’impugnata decisione, va accolto in parte il ricorso proposto dalla Società Perco.

 

Sussistono fondate ragioni per compensare tra le parti le spese di ambo i gradi di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in Sede giurisdizionale, Sezione Quarta, definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe indicato, accoglie l’appello nei limiti di cui in motivazione e, per l’effetto, in parziale riforma della decisione impugnata, accoglie in parte il ricorso proposto dalla Società Perco.

Compensa tra le parti le spese di ambo i gradi di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, il 26 giugno 2001, dalla IV Sezione del Consiglio di Stato, riunita in camera di consiglio con l’intervento dei magistrati:

Lucio Venturini Presidente
Cesare Lamberti Consigliere
Marinella Dedi Rulli Consigliere
Aldo Scola Consigliere
Paolo Troiano Consigliere, est.
 
 

     L’ESTENSORE    IL PRESIDENTE 

IL SEGRETARIO